A proposito di “Bolle”…

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un collega Infermiere. Una lucida e significativa testimonianza che immortala la dignitosa amarezza di un lavoratore di fronte al grande e profondo disagio nel quale si è costretti ad operare.

“Sono stato infermiere di questa azienda per tantissimi anni. Tra pochi giorni, se lo Stato non avesse arbitrariamente cambiato le regole del gioco, avrei potuto accedere al mio giusto pensionamento, che invece non avverrà perché lo stesso Stato ha deciso unilateralmente che dovrò rimanere in servizio per altri 7 anni. Ho sempre cercato di svolgere il mio lavoro in maniera degna e quanto più professionale possibile, cercando di superare ogni possibile ostacolo, dalla riduzione della disponibilità dei presidi, alla mancanza del numero giusto di colleghi necessari per garantire una assistenza efficace ai pazienti, passando per la progressiva riduzione delle mie forze, causata dal trascorrere degli anni. Nel momento in cui l’umanità ha dovuto fronteggiare la pandemia da covid 19 ho fatto tutto il possibile per fare onestamente la mia parte; abbiamo rispettato e fatto rispettare le regole imposte dal sistema sanitario per impedire l’espansione dei contagi da covid 19, riuscendo con il nostro lavoro e il nostro impegno a tenere il virus fuori dalle nostre unità operative. Poi, nei giorni scorsi, abbiamo ricevuto comunicazione dalla direzione del fatto che bisognava inserire all’interno delle normali unità operative dei posti letto destinati all’assistenza di pazienti positivi al covid. Lo stesso sistema sanitario che mi aveva fatto tenere separati i pazienti infetti da quelli sani, ora mi ordinava di tenerli in una unica unità operativa con un unico corridoio, senza zona filtro. Mi sono chiesto da subito come tecnicamente questo sarebbe stato realizzabile. Inizialmente infatti, tutti i pazienti affetti da covid 19 sono stati trattati in aree di assistenza specifiche, e non per caso: tali aree prevedevano la presenza di un percorso sporco, separato da quello pulito, di una efficace zona filtro e di una effettiva possibilità di mantenere isolati i pazienti positivi. Nella mia unità operativa non c’era alcuna zona filtro, bisognava in qualche modo inventarla.  Non avendo alternative, dato che dal punto di vista edilizio la costruzione del padiglione nel quale presto servizio risale a qualche decennio fa, si è cominciato ad utilizzare a tale scopo la saletta dell’antibagno delle stanze in cui avrebbero dovuto essere ospitati i pazienti positivi. Si doveva realizzare il filtro al contagio del virus in una stanzetta di 1×1 metri, a 1 metro dal water. Le disposizioni erano tali, da solo non potevo oppormi. A quel punto, ho chiesto almeno che potessimo avere la giusta quantità di DPI. Mi è stata mostrata una richiesta di presidi dalla quale era stato depennato quasi tutto. Dovevamo lavorare non solo senza zona filtro, ma anche e soprattutto con una quantità esigua  di dispositivi di protezione. La mia sola FFP2, un paio di guanti,  un sovracamice, e il coraggio che ci vuole per entrare in una stanza di pazienti covid così poco protetti; per essere più chiari come se uno prima di andare in battaglia si mettesse il giubbotto antiproiettile di lana, sperando almeno di non sentire freddo. Ma questo poverino,  avrebbe potuto avere qualche probabilità di salvezza? No. Infatti. Di fatto non ne ho avuto neanche io. Già il giorno dopo l’inizio di questa attività su pazienti covid positivi mi sono reso conto di stare male, come della iniziale sintomatologia da raffreddamento. Faccio un primo tampone antigenico, con esito negativo.  Nel frattempo intorno a me è strage di colleghi: uno dopo l’altro quattro colleghi risultano positivi, e numericamente diventa impossibile coprire i turni. A questo punto, subentra un ulteriore colpo di genio da parte dei competenti organizzatori: siccome le unità flagellate in questo modo sono 2, le mettiamo assieme, qualche infermiere dell’una, qualche infermiere dell’altra e diventano sufficienti di nuovo. Arrivano portando con sé 6 pazienti positivi, + 2 nostri diventano 8, in un reparto senza percorso sporco/pulito separati,  senza zona filtro efficace e con un numero esiguo di dispositivi di protezione individuale. Di fatto diventiamo un reparto covid, ma senza nessuno dei requisiti di sicurezza necessari per salvaguardare il personale. Mi chiedo cosa ne penserebbe l’ispettorato del lavoro. È come se si aprisse un cantiere per l’edilizia senza che nessun lavoratore avesse il casco o altro e li si mandasse a lavorare sul tetto. Ma in una situazione di lavoro così disagevole il tempo per pensare a queste cose è minimo. Così,  tutti noi facciamo il possibile,  sperando di potere assistere opportunamente tutti e di non rimetterci la salute. Ma non è così. Le ore passano, e la mia sintomatologia peggiora. Al tampone successivo vengo riconosciuto positivo al covid. Sono il quinto della mia unità operativa in pochi giorni. Non posso evitare di chiedermi: questo disastro,  non sarebbe stato meglio evitarlo? Cosa sarebbe accaduto durante l’epidemia di asiatica o di ebola se gli stessi infermieri avessero dovuto occuparsi contemporaneamente di pazienti infettati e non? Rientro a casa, nel cosiddetto isolamento domiciliare. Nonostante tutti gli sforzi, in 48 ore si positivizzano anche uno dei miei figli e mia moglie. L’altro figlio si salva andandosene da casa. Domani sarà il giorno della sua laurea e lui sarà solo. Nessuno della famiglia potrà gioire con lui. Per me come padre è un dolore inestimabile. Perdo un pezzo della mia vita e della vita della mia famiglia, che non potrò riavere mai più. Una famiglia distrutta,  per l’idea di fare convivere nello stesso reparto pazienti positivi al covid e pazienti comuni, ripeto, senza una valida zona filtro, con una quantità ridotta di dispositivi di protezione individuale. Ci si sta comportando come i generali del periodo napoleonico: si mandano avanti i soldati,  quando questi muoiono si mandano gli altri; carne da cannone, agnelli al macello dei quali a nessuno importa nulla. Chiunque si sia fatta venire questa idea non ha alcuna forma di etica o di rispetto nei confronti dei lavoratori, degli altri in generale. Un esempio di disonestà intellettuale,  della quale si parlerà per anni. A noi invece, cosa resterà? Credo di potere dire: non ci resta che piangere”.

NurSind Catania, ringrazia il collega per queste parole dense di assoluta e semplice verità.

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Emilio Benincasa

Infermiere presso U.O.C. Chirurgia Generale ARNAS Garibaldi Centro CT Dirigente sindacale NurSind. Da diversi anni impegnato nel Sindacato per il riconoscimento dei diritti della professione infermieristica e più in generale del lavoro e dei lavoratori. "QUALCUNO SI CREDE PIU' GRANDE DI TE SOLO PERCHE TU SEI IN GINOCCHIO: ALZATI !!" L.M. Prudhomme

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